E Dio disse, ovvero: e Luce esplose…

La sintesi non è spesso e volentieri il mio forte. Forse perché, avendo difficoltà motorie anche nel parlare, mi sfogo scrivendo. In ogni caso, la sintesi per antonomasia è la parola che riassume perfino un intero romanzo. Col rischio, però, che chi la sente o la legge si faccia il suo romanzo, invece di capire il romanzo altrui. Per esempio, cuanto segue potrei sintetizzarlo nella parola «Dio» e ognuno capirebbe ciò che essa significa, e non cuello che con essa intendo dire. Inoltre la sintesi — costituita da una parola, da una frase o da cualche paragrafo — non illumina, neppure a rileggerla più volte.

E Dio disse, ovvero: e Luce esplose…

«Non esiste né effetto senza causa né causa senza effetto». Omettendo che lo afferma anche la scenza, la si costringe a diventare scentismo negativo. Io non sono contro la scenza. E neppure contro lo scentismo (il ridurre tutto a fenomeno scentificamente spiegabile). A patto che si rimanga coerenti con l’asserzione: «Non esiste né effetto senza causa né causa senza effetto».

Ogni effetto consegue a una causa. Lo asserisce anche la scenza, appunto. Così si convalida il carma nell’accezione di «atto e risultato di agire, di fare»: «semina e raccolto», «azione e reazione», perciò «causa e effetto». Pertanto resta fermo che ogni effetto à una causa, altrimenti non si produce alcun effetto. E l’effetto diventa o può diventare la causa di un altro effetto, magari uguale o diverso. Sicché innumerevoli sono le cause, ogni effetto avendone almeno una. Ma non si conosce ancora l’Infinita Causa Prima di tutte le cause e concause e di tutti gli effetti. Le innumerevoli cause e concause e gli innumerevoli effetti, i cuali a loro volta diventano o possono diventare cause e concause, sono gli effetti dell’Infinita Causa Prima.

È comprensibile che in cuesto mai iniziato, perciò esistente da sempre, e infinito moltiplicarsi di cause, concause e effetti si perda di vista l’esistenza dell’Infinita Causa Prima. Ma ciò non la elimina. Essa rimane la Base che concepisce Tutto e sulla cuale Tutto si sviluppa e senza la cuale non esiste alcuna cosa. Cuesto non va giù a cuegli scenziati e scentisti che negano tale esistenza. Eppure se anche loro esistono è grazie a Essa.

All’Infinita Causa Prima si può attribuire cualsivoglia altro nominativo. Possibile, fors’anche probabile che, da tempo, le si sia affibbiato un nome scentifico, com’è consuetudine fare con ogni cosa che possiede già una denominazione. E magari ci si è dimenticati di precisare che si tratta dell’Infinita Causa Prima. Allora è cuesto il motivo per il cuale si crede che fino adesso non La si sia scoperta. Perciò si tende a credere che non esista. Tuttavia è probabile che non La si sia ancora svelata o che Essa rimarrà scentificamente inspiegabile.

Chi crede che l’Infinita Causa Prima (comunemente ravvisata in «Dio») esista e chi, come me, ne è sicuro, non faticano a trovare esempi che ne suggeriscano l’esistenza. Al contrario, cuanti non vi credono non sono in grado di addurre un esempio che dia loro pallidamente ragione della sua inesistenza.

Io preferisco l’esempio dell’oceano o, comuncue, dell’accua. L’oceano o l’accua è un insieme di gocce. Arduo, se non impossibile, è sapere cuale è la prima goccia e cuale l’ultima. Inoltre l’oceano è insieme la superfice e i vari strati di profondità. È anche l’ondina, l’onda, il cavallone e via elencando. Inoltre tutta la vita oceanica non esisterebbe senza l’oceano. Pertanto l’oceano non è soltanto la totalità delle gocce.

Anche nel medioevo si dice o si ribadisce che l’Infinita Causa Prima (Dio) è la «Sostanza infinita» e, nel contempo, l’«insieme delle sue manifestazioni». Ciò significa che l’Infinita Causa Prima è «onniessente autotrasformantesi» — come definisco «Luce» (ossia Dio, poiché l’aggettivo «dio» vuol dire «luminoso», perciò «Luce») —. Cioè l’Infinita Causa Prima è «tutto e ogni cosa, tutti e ognuno». Pertanto è anche ognuno di noi. È la convinzione di esser distinti da Dio, di esserGli anche inferiori o superiori, che induce a concludere che sia nei celi, chissà dove; che gli esseri umani siano sulla Terra e che Esso ce l’abbia sempre e comuncue con loro… Secondo me, la chiesa è colpevole di non aver compreso l’affermazione che Dio è la «Sostanza infinita e l’insieme delle sue manifestazioni». Io dico che è «Luce onniessente autotrasformantesi e la totalità delle sue trasformazioni». Poi anche con i roghi, su cui arde pure chi formula o riferisce tale affermazione e coloro che l’assimilano, la chiesa genera l’ateismo perfino in seno alla scenza.

La scenza dà una risposta al «come?», al «dove?», al «cuando?» e al «cuanto?». Invece, rispondendo al «perché…?» e, soprattutto, al «perché esisto?», si incanta sul caso che però, secondo me, non è scentificamente dimostrabile. Anche il caso si domanda «perché…?» e, soprattutto, «perché esisto?». La parola «caso» deriva dal verbo «(ac)cadere», e niente (ac)cade da solo. Cualcosa o cualcuno provoca il caso, cioè la caduta. È l’«ascenza», cioè ciò che non è scenza, a fornire per tutto una risposta bene o male soddisfacente. Però io non tratto de «l’Essere “perfettissimo”, creatore del celo e della terra». A cuesti si attribuiscono l’aspetto e l’intera gamma dei sentimenti e dei pregi e difetti umani. Tuttavia lo si ritiene superiore anche agli altri esseri celesti, dei cuali viene considerato il Re o il Padre. No, parlo del Dio che è tutto e tutti, ogni cosa e ogni essere vivente: io parlo di Luce che è «onniessente autotrasformantesi».

L’unico effettivo imperscrutabile Mistero consiste nel fatto che Luce in-siste (sta dentro, ossia è invisibile) e contemporaneamente e-siste (sta fuori, ossia è visibile) da sempre. Ovvero, non à inizio, perciò non avrà fine. E lo direbbe anche la scenza: «L’universo è infinito». In realtà si usa l’epiteto «infinito» perché non ne esiste uno che renda l’esatta idea di ciò che si intende. Sicché, per il momento, la scenza non considera realmente «infinito» l’universo. Infatti, altrimenti l’ipotesi del big bang non esisterebbe. Con la grande esplosione — esperimento ottenuto in laboratorio — si asserisce, volenti o nolenti, che l’universo à un inizio e, di conseguenza, una fine. La teoria («complesso organico e sistematico di ipotesi,…») del big bang è del 1964. Con essa si spiega un fatto che si dice avvenuto 13 miliardi di anni fa. Dal momento che si ipotizza che la Terra cominci a formarsi 4,2 miliardi di anni fa, non sembra che la grande esplosione si sia verificata l’altro ieri? Comuncue sia, i big-banghisti convalidano che non è l’universo a essere davvero infinito, poiché secondo loro à un inizio e, di conseguenza, una fine. Per me cuesta è la prova che la scenza non à ancora scoperto l’Infinita Causa Prima o la Sostanza infinita o Luce. E probabilmente non La si scoprirà mai poiché, pur essendo coperta (invisibile), è già scoperta (visibile) nella totalità delle sue trasformazioni.

Con «infinito» deve intendersi non «non ancora finito», bensì «senza né inizio né fine e continuamente in espansione». Forse un giorno significherà cuesto anche per la scenza. In ogni caso è meglio che gli scenziati e gli scentisti non scoprano mai Luce, o non prima che almeno l’1% della popolazione mondiale pervenga a rendere individualmente manifesta la latente «immagine e somiglianza divina». Anzi, a realizzare individualmente e in modo definitivo di essere una delle innumerevoli trasformazioni di Luce. Ciò per evitare a cualche applicante la scenza la tentazione di trarre l’«arma divina», forse la più distruttrice. Finora l’uomo à convertito anche in arma cuasi ogni scoperta scentifica. Purtroppo il pericolo è reale, perché siamo ancora nel «settimo giorno della creazione». La durata di un «giorno divino» non è di 24 ore!

L’universo à circa 13 miliardi di anni. Comincia a formarsi 13 miliardi di anni or sono. E il nostro pianeta ne à circa 4,2 miliardi. À inizio 4,2 miliardi di anni fa. Sicché per formare la Terra, la cui circonferenza è di 40.075 km, ci vogliono più o meno 4,2 miliardi di anni. Ciò vuol dire che, ogni 9000 anni circa, se ne forma 1 chilometro. Deduco che ce ne vogliano di meno per un pianeta dal perimetro piccolo e di più per un corpo celeste la cui circonferenza è maggiore.

Il Sole, il cui perimetro è di 4.379.000 km, è grande circa 200 volte la Terra e si forma in circa 11.000 anni. Gli anni del Sole più gli anni della Terra più gli anni di ogni altro corpo celeste corrisponderebbero ai 13 miliardi di anni: l’età che avrebbe l’universo. A me sembrano pochi, anche perché non c’è un vero e proprio inizio. Ma si à bisogno di numeri, di limiti, perché il vero Infinito fa paura.

Comuncue, con i «6 giorni divini» si indicano le 6 ere occorse per la completa formazione del nostro pianeta. Ovvero ogni «giorno divino» dura circa 700 milioni di anni (4,2 miliardi : 6).

L’attuale primo capitolo biblico non è un testo per bambini. Attuale? Lo si dice recente rispetto al racconto edenico e pare che non sia contenuto in tutte le versioni, traduzioni o edizioni della bibbia.

Se in cuesta narrazione l’autore parte dalla creazione del celo, inizialmente buio, e della terra, inizialmente «informe e vuota», è per avere un «principio» dal cuale sviluppare il racconto. In realtà, secondo me, non c’è stato alcun inizio: tutto è lì da sempre. Sarà l’uomo che, via via nel tempo, andrà scoprendo tutto ciò che vi sarà da scoprire.

Intanto le tenebre coprono il celo, la terra e le accue. Perciò, in realtà, non è pensabile il primo versetto: «In principio, creò Dio il cielo e la terra». Sarebbe stato logico scrivere: «In principio erano le tenebre», per cui neppure si vedevano le accue. E con «l’abisso e le acque» si descrive la mente divina e, con «lo spirito di Dio (che) si librava sulle acque», il pensiero divino. Pertanto nessuna creazione è possibile fintantoché il pensare non si tradurrà in dire. Il dire è il manifestarsi del pensare. È tecnicamente impossibile dire senza prima aver pensato, seppur sembra che si dica anche senza pensare. San Giovanni scriverà: «Tutto è stato fatto per mezzo del verbo», cioè della parola detta, ossia mediante la manifestazione sonora del pensiero. Si allude già al big bang, senza il cuale non ci sarebbe stata alcuna creazione. E, per averlo sperimentato personalmente e sugli altri, tutti conosciamo il potere creatore della parola: una parola può far piacere, rattristare, alterare, spingere perfino a uccidere. Il verbo «dire», usato un tempo in contesti magico-religiosi (magia vuol dire religione in greco), significava manifestare fenomeni attraverso il suono del pensiero. Ossia la parola è l’esplosione del pensiero. Allora, se è vero che l’homo sapiens sapiens (uomo molto intelligente), dal cuale discendiamo, esiste da circa 35.000 anni, non è del tutto irragionevole dire che 4000 anni or sono, forse anche prima, si conosce già il big bang: «E Dio disse, ovvero: e Luce esplose…», senza bisogno di alcun laboratorio…

Duncue io farei iniziare così l’attuale primo capitolo biblico: «In principio erano le tenebre. E Luce pensava alla creazione del cielo e della terra. E poi esplose: Si faccia un periodo luminoso e si facciano il cielo e la terra. E il periodo luminoso e il cielo e la terra furono. La terra però era informe e vuota. Luce vide che il periodo luminoso era buono e lo divise dalle tenebre. E chiamò giorno il periodo luminoso e notte le tenebre. E tra sera e mattino si compì un giorno».

Invece l’autore scrive: «In principio, creò Dio il cielo e la terra. La terra però era informe e vuota, e sulla faccia dell’abisso eran tenebre, e lo spirito di Dio si librava sulle acque. Disse Dio: “Si faccia la luce”. E la luce fu. Vide Dio che la luce era buona, e la divise dalle tenebre. E chiamò giorno la luce, e notte le tenebre. E tra sera e mattino si compì un giorno».

Dopo il celo, l’autore dell’attuale primo capitolo biblico fa emergere la terra, perché il pianeta costituisce l’unico punto d’osservazione dal cuale è possibile vedere o immaginare tutto il resto. Ecco già l’accenno al fatto che non c’è un vero e proprio inizio. La Terra è lì da sempre, seppure «informe e vuota»: bastava scoprirla… E la prima cosa che la Terra vede, dopo il buio della notte, è la luce diurna. Cuesta non sembra essere ancora cuella solare; probabilmente si tratta della luce dell’esplosione del pensiero divino: la luce del big bang…

E il primo fenomeno che il pianeta constata, girando su sé stesso, è l’illusione del giorno e della notte. E sempre la Terra vede il firmamento e tutto il resto. Ciò nel «1°» e nel «2° giorno divino».

Il «3° giorno divino», cioè la terza era di 700.000.000 di anni, si compie la prima vera fase della formazione terrestre, secondo l’autore dell’attuale primo capitolo biblico: le accue e la terra si dividono e «l’asciutto» inizia a produrre il regno vegetale, cuello minerale essendosi formato durante il «1°» e il «2° giorno divino». Poi, il «4° giorno divino» (la cuarta era di 700 milioni di anni), la Terra assiste alla totale formazione del firmamento: dopo il luminare del giorno, cioè il Sole, ecco cuello della notte, la Luna! Grazie a essi, si contano i giorni, gli anni, le stagioni e si organizzano le varie festività. E infine le stelle che, dice la scenza, non esistono più, perché esplose o implose milioni o miliardi di anni or sono. Ciò che si vede è uno spettacolare miraggio sidereo! Allora le costellazioni sono raggruppamenti di… fantasmi?

Poi, l’autore immagina che, durante il «5° giorno divino» (la cuinta era di 700 milioni di anni), le accue producano i primi esseri viventi «striscianti e volanti»: «grandi mostri marini, e ogni animale e ogni volatile». Durante il «6° giorno divino» (la sesta era di 700 milioni di anni), compaiono «gli animali terrestri… e l’uomo».

I primi esemplari viventi vegetali e animali sono esseri maschio-femmina. Lo deduco da ciò che scrive l’autore riferendosi all’essere umano: e infine (sempre durante la sesta era di 700 milioni di anni) «creò Iddio l’uomo ad immagine sua; maschio e femmina “lo” creò». (Anche papa Giovanni Paolo II preferiva cuesta versione. Altre versioni, traduzioni o edizioni bibliche riportano: «… maschio e femmina “li” creò»).

Ma prima dell’ultimo atto creativo, l’autore mette in bocca a Luce il plurale maiestatis: «Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza». Si crede che l’autore accenni a altre divinità o potenze, ovvero agli Elohim. «Elohim» è il plurale di «Eloah». Si può anche vedere un’allusione al fatto che pure il popolo ebraico è inizialmente politeista. Eloah (che à «connessioni storiche e geografiche di pronuncia e di radice con la parola “Allah”») significa «dio», «divinità» e anche «legge» o «regola». Nella bibbia, è uno dei nomi dati al dio d’Israele. Secondo me, col plurale maiestatis l’autore vuole invece far capire che adesso è l’intera natura a manifestarsi o a trasformarsi. Non si dice, già dai tempi remoti, che l’uomo è un microcosmo in cuanto riassume in sé il macrocosmo, cioè l’universo? E l’oracolo di Delfi non recita: «Conosci te stesso e conoscerai l’universo e Dio»?

Con «… ad immagine sua; maschio e femmina “lo” creò», l’autore suggerisce di raffigurarci maschio-femmina pure Dio, cioè l’Infinita Causa Prima, la Sostanza infinita o Luce. Anche se Luce «creò» l’uomo e la donna, li «creò ad immagine e somiglianza sua». Altrimenti ci sarebbero due divinità: una maschile e una femminile. Accoglie il suggerimento il pittore e incisore olandese Rembrandt (1606-1669). Un anno prima di morire, egli dipinge il «Ritorno del figliol prodigo», databile al 1668, opera nella cuale la mano destra del padre è femminile e la sinistra maschile.

Le mitologie e le religioni si fondano su dèi e dee e altri esseri non terreni. E in origine anche gli ebrei sono politeisti. Per esempio la dea Ashra è la moglie di Yahweh e, forse, gli «dèi conoscitori del bene e del male» sono i loro figli.

Al pari dei prototipi di tutti gli altri esseri terrestri viventi, anche i primi esemplari del genere umano si evolvono in soggetti diversamente sessuati, durante i 700 milioni di anni di formazione del regno animale. E con Caino che trova moglie nel paese in cui egli emigra, si allude ai preadamiti, per chi sa leggere. Invece, con la costola di Adamo servita per formare la donna, si accenna all’ermafroditismo che è proprio altresì dei primi esseri umani (anche probabile allusione al fatto che il feto, pure umano, è maschio-femmina sino alla differenziazione sessuale). E con la versione «… maschio e femmina “li” creò» si allude senz’altro ai primi esemplari androgini del genere umano, che sono almeno 5 e rappresentano le 5 razze pure. È a loro che, secondo me, dopo averli benedetti, Luce «disse: ”Crescete…”» (allora sono bambini?) «”… e moltiplicatevi,…”» (ciò che il dio Yahweh non dice mai a Adamo, né prima né dopo la nascita della compagna) «”… e popolate la terra,…”» (un giorno si sarebbe usciti dall’eden?) «”… ed assoggettatevela, e signoreggiate i pesci e i volatili, e tutti gli animali della terra”. Poi disse: “Vi ho dato ogni erba e tutti gli alberi, perché vi cibaste, e li ho dati anche a tutti gli animali”. E così fu fatto. E vide Dio tutte le opere sue, ed erano grandemente buone. E tra sera e mattina si compì il giorno sesto».

Duncue, la formazione della Terra si completa in «6 giorni divini», ovvero in 4,2 miliardi di anni (700.000.000 x 6). Già, scorrere la bibbia è un conto, leggerla è un altro!

Come me, l’autore dell’attuale primo capitolo biblico non parla de «l’Essere “perfettissimo”, creatore del celo e della terra». Parla di una Cosa che, non avendo mai avuto un vero e proprio inizio, manifesta tutto partendo da sé stessa, cioè autotrasformandosi, perciò moltiplicandosi. Ovvero, anche se egli usa o è costretto a usare il verbo «creare» — affinché venga capito da tutti —, non vi è alcuna creazione.

«Creare» significa «trarre (far nascere) dal nulla», cuindi produrre magicamente. Tale Cosa o l’Infinita Causa Prima o la Sostanza infinita o (la mia) Luce (onniessente autotrasformantesi) essendo Tutto, non esiste alcun nulla. A meno che con «il nulla» si intenda la parte invisibile del Tutto. Anche la scenza concorda, per bocca di Antoine-Laurent de Lavoisier, famoso chimico, biologo, filosofo e economista francese (1743-1794), asserendo che «nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma».

Cuindi, secondo l’autore dell’attuale primo capitolo biblico, la Terra, anzi l’universo si manifesta — io direi: si sviluppa come una negativa fotografica — in «6 giorni divini». Duncue, con «giorno divino» si intende un periodo di minimo 1000 anni. Considerando la circonferenza terrestre, suppongo che si tratti invece di un’era di 700 milioni di anni. Se però si sta all’affermazione scentifica dei 13 miliardi di anni dell’universo, un «giorno divino» ecuivale a circa 2 miliardi di anni. Ovvio che l’attuale primo racconto del libro dei libri non sia un rigoroso trattato scentifico. Ma se lo si legge, invece di scorrerlo, risulta un testo stupendo che, in 9 brevi paragrafi, svela tutto e molto di più.

Il secondo capitolo del vecchio testamento nulla spartisce col primo e, di certo, l’autore è un altro. Lo si fa iniziare con: «Così furono compiuti i cieli e la terra, ed ogni loro ornamento. E finì Dio al settimo giorno l’opera da lui creata; e si riposò nel settimo giorno da tutto il lavoro che aveva fatto. E benedisse il giorno settimo, e lo consacrò, perché in esso aveva Dio cessato da ogni opera che aveva creato e fatto». Tuttavia abbiamo visto che non è vero, poiché è il sesto giorno che «vide Dio tutte le opere sue, ed erano grandemente buone».

Nell’attuale primo racconto biblico non si allude a alcun «riposo divino», poiché se Luce si riposasse anche soltanto per un istante, tutto tornerebbe «informe e vuoto» (forse lo confermerebbero anche gli scenziati). Allora è logico che, con «Dio si riposò nel settimo giorno da tutto il lavoro che aveva fatto», si intenda il riposo settimanale dell’uomo dai suoi sei giorni di lavoro. O, probabilmente, si tratta del «7° giorno divino» che inizia con la perpetrazione del vero Peccato, o Errore, originale; «7° giorno divino», ancora in corso, periodo di 700 milioni o 2 miliardi di anni in cui Luce sembra starsene a guardare l’uomo che si dibatte nella rete delle impreviste conseguenze dell’Errore originale. Come vedremo più in là, nel racconto evangelico del figlio prodigo si evidenzia, se lo si sa leggere, l’indifferenza educativa del padre…

È chiaro, almeno per me, che cuella premessa («Così furono compiuti i cieli e la terra, ed ogni loro ornamento. E finì Dio al settimo giorno l’opera da lui creata; e si riposò nel settimo giorno da tutto il lavoro che aveva fatto. E benedisse il giorno settimo, e lo consacrò, perché in esso aveva Dio cessato da ogni opera che aveva creato e fatto») viene scritta in un secondo momento, per collegare l’attuale primo capitolo a cuello ormai secondo e intitolato: «Il primo uomo nel paradiso».

Non il dio di nome Yahweh — nella bibbia è il più sacro e diffuso dei nomi e nel III secolo d.C. si smette di proferirlo per non violare il comandamento: «Non pronunciare il nome di Dio invano» — o di nome Eloah o El Shadday (dio onnipotente) eccetera, cioè non il dio che nel catechismo si dice sia «l’Essere “perfettissimo”, creatore del celo e della terra», bensì il vero Dio (l’Infinita Causa Prima, la Sostanza infinita o Luce) non lo incontriamo più da tale secondo capitolo in poi. Il vero Dio è Cuello di cui prima nulla si sa o pochi, forse soltanto gli Iniziati, intuiscono l’esistenza. Dall’ormai secondo scritto veterotestamentario in avanti si narra il «7° giorno divino». Cioè si riferiscono tutte le conseguenze del vero Peccato originale, magistralmente descritti (cuelle e cuesto) nella parabola del figlio prodigo, un testo di probabile origine orientale. Cuesto racconto e l’attuale primo capitolo del libro Genesi costituiscono, secondo me, l’intera sacra scrittura ebraico-cristiana.

Peccato che tal parabola sia redatta in uno stile troppo immaginoso. Perciò, invece di risultare immediatamente comprensibile, lo scritto svia l’attenzione di chi non lo legge, ma lo scorre.

Gesù dirà: «Il regno di Dio è dentro ognuno di voi». E ai dottori: «Voi siete dèi», non perché sono dottori, ma perché cualsiasi cosa e cualsiasi essere vivente sono microcosmi, anzi trasformazioni di Luce. Perciò all’essere umano non occorre alcun luogo che non sia sé stesso per incontrare e vivere il vero Dio. E mi piace pensare che all’inizio sia così: ogni giorno, per incontrare e vivere Luce, gli esseri umani delle prime generazioni «rientrano in sé» e si rigenerano. Ognuno è consciamente «il padre», «la casa paterna» e «l’inesauribile ricchezza». Poi, con i monosessuati maschi e femmine, avviene ciò che si racconta con la parabola del figlio prodigo. Ovvero, a un certo momento dell’evoluzione sessuale e forse in seguito a un’ingannevole esperienza soggettiva, cualche giovane deduce che ormai non sia vitale «rientrare in sé». Ecco il vero Errore (Peccato) originale! E, via via, cuasi tutti finiscono col seguirne l’esempio. Cuesto accade, secondo me, milioni, se non miliardi di anni fa. Ossia cuando non esiste ancora l’homo sapiens sapiens dal cuale discendiamo circa 35.000 anni or sono… Secondo me esiste da sempre. Che a tutt’oggi non se ne abbia prova, non significa che io vaneggi. Forse anche! Ma se è vero che nell’anno 1961 si estraggono nel sito marocchino chiamato Jebel Irhoud teschi, altre ossa e lame di selce… Per determinare l’età delle lame si usa la termoluminescenza e si stima che abbiano circa 300.000 anni. Pertanto i teschi, rinvenuti nel medesimo strato roccioso, devono essere dello stesso periodo. Piace a me — a altri non so — pensare che, 300.000 anni or sono, occorra già il doppio sapere per fabbricare lame di «roccia sedimentaria silicea a grana fine, costituita per lo più di quarzo microcristallino, ma talvolta anche di calcedonio e di opale, impiegata per la sua durezza, nella preistoria, per armi e strumenti di lavoro, oggi usata per ricavarne mole e come materiale da costruzione».

Rinunciare a «rientrare in sé» cuotidianamente è come rinunciare a prendere sonno, dopo aver sperimentato, per caso o meno, che si può vivere senza sprecare tempo a dormire. È vero, per cualche ora o per cualche giorno si vive, e anche benissimo, senza chiudere occhio. Ma se diabolicamente si persiste… Ecco: il «rientrare in sé» è vitale cuanto il dormire, se non di più.

Prima di sostituirla, nel linguaggio corrente, con «riflettere» (verbo che à perso il suo significato originario di «volgere la mente all’indietro per curarsi»), la locuzione «rientrare in sé» denomina, almeno nella parabola del figlio prodigo, un particolare genere di meditazione. Il «rientrare in sé» mantiene l’uomo «nel» mondo, risparmiandogli di essere «del» mondo. Gesù dice: «Siate “nel” mondo e non “del” mondo!». Essere «del» mondo significa non esserne «signori», come invece all’inizio lo sono gli esseri umani. Si legge nell’attuale primo capitolo biblico: «…, e signoreggiate…». Esaurita la parte di fortuna richiesta dal figlio prodigo, l’intero paese rovina nella miseria. Cioè abbandonare la pratica cuotidiana del «rientrare in sé» significa cadere vittime della natura. Non più retta e governata da persone «signoreggianti», cioè spiritualmente ricche, essa si comporta con tirannia e perfidia, simile a una «matrigna», come la definiscono Lucrezio (94 a.C.), Schopenhauer (1788-1880), Leopardi (1798-1837),… Natura o «creazione tutta che» ora, secondo san Paolo, «aspetta la nostra salvazza»: cioè che noi salviamo noi stessi e, di conseguenza, la natura; e non che Luce salvi noi e la natura (il padre del figlio prodigo rimarrà indifferente…). Duncue, come afferma anche la scenza: «Non esiste né effetto senza causa né causa senza effetto».

Fuori dall’àmbito letterario, non esistono alcun padre, alcuna casa paterna e alcuna inesauribile ricchezza finanziaria. Si tratta di immagini con le cuali si crede di rendere più comprensibile ciò che, a un certo punto dell’evoluzione umana, succede realmente. Purtroppo non è così, poiché la maggior parte degli esseri umani continua a comprendere che ci sono una casa, un padre e due figli e che, un giorno, il minore pretende la sua parte di fortuna e se ne va… Finché si capisce cuesto, la parabola in cuestione non è utile. Meno ancora se il ritorno del figlio prodigo lo si interpreta letteralmente, se non addirittura come la sua morte fisica… Cuesto genere di letteratura, sia profana o sacra, non è di alcun’utilità. È, tuttalpiù, sentimentalismo religioso, non reale Religione, vale a dire non effettivo Ricongiungimento giornaliero del proprio piccolo sé col grande Sé dentro sé stessi. All’inizio si pratica cuesto Ricongiungimento una o due volte al giorno. Cioè si pratica la Ligione, ovvero il Legame del proprio piccolo sé col grande Sé dentro sé stessi, appunto. Ossia conoscendo sé stesso, ognuno conosce l’universo e Dio. Il microcosmo e il macrocosmo prendono coscenza l’uno dell’altro, la mattina o la sera o mattina e sera.

La Ligione mantiene in armonia il genere umano e la natura. L’uomo non può nuocere alla natura e essa non può fargli del male. Non esiste ancora la Religione o, meglio, la Riligione. Preferisco cuesto termine perché, sebbene ormai in disuso, palesa in modo più immediato la derivazione da «rilegare». L’altra voce mi evoca il verbo «relegare». Infatti la religione va allontanando l’uomo sempre più dalla mèta che, come ripetuto, è cuella di rilegare il proprio piccolo sé col grande Sé dentro sé stessi. Però ora occorre stare molto attenti a non cadere vittime di impostori. I veri Maestri di Riligione, cioè dell’«effettivo Ricongiungimento giornaliero del proprio piccolo sé col grande Sé dentro sé stessi», esistono. Ma per trovarli occorre avere le idee molto chiare su che cosa si sta cercando.

Il capitolo biblico del Peccato originale edenico svela, se letto e non scorso, che la donna non capisce ciò che intende davvero Serpente. Tra l’altro, nell’eden la donna non à un nome. Ciò finché Adamo non gliene dà uno, dopo le maledizioni scagliate da Yahweh sui due poveri inermi, scacciati poi con una «spada di fuoco roteante»: un nome davvero importante, anzi vitale, poiché la parola «eva» significa «vita».

Ma torniamo a Serpente! Non va taciuto che Gesù dirà: «Siate astuti come serpenti,…». Il Serpente edenico non è né il capo degli angeli decaduti, visto che ci troviamo ancora all’inizio della «creazione», né l’animale strisciante. Egli è uno degli dèi «conoscitori del bene e del male», forse pure lui figlio di Yahweh e Ashra. È il più astuto degli dèi edenici, l’unico a capire che i due esseri umani non usciranno dal recinto per popolare il pianeta, se continuano a rimbambirsi mangiando dell’«albero della vita»; di sicuro un frutto allucinogeno che inibisce la percezione anche visiva della realtà. Infatti, pur essendo nudi, si vedranno tali soltanto dopo aver mangiato dell’«albero della conoscenza del bene e del male».

È ovvio, almeno secondo me, che se Yahweh e la sua corte, tra cui Serpente, fossero davvero «esseri divini», non proibirebbero all’uomo di conoscere il bene e il male. È soltanto conoscendoli che possono esser «signoreggiati». Cuindi, sempre secondo me, l’autore allude alla prima o a una delle prime sette umane. Come la bibbia fa leggere nel racconto del fratricidio, Caino, essendo emigrato nel paese all’est dell’eden, prende per moglie un’abitante del posto, ossia una preadamita. Ciò significa, per chi vuol leggere, che il pianeta Terra è popolato anche di esseri umani da migliaia, se non da milioni o miliardi di anni. Cioè prima ancora che, dalle varie sette umane, pseudodivine, emerga la più pericolosa, cuella edenica dalle «spade di fuoco roteanti».

Cueste armi testimoniano una tecnologia bellica, e forse non solo, già avanzatissima, da far impallidire le odierne invenzioni di guerra… Con «…, e forse non solo» intendo dire che il progresso tecnologico, raggiunto dai preadamiti, non è esclusivamente nel settore delle armi. Si conoscono bene le varie proprietà delle piante. Per esempio si sa che l’«albero della vita» rende beati, sì, ma ignoranti, e che l’«albero della conoscenza del bene e del male» ne costituisce l’antidoto. E si è progrediti anche in campo chirurgico, praticando l’anestesia e la clonazione: si fa calare su Adamo «un sonno profondo» e gli si estrae una costola per formare «l’aiuto assortito». Ma, essendo risultato un aiuto troppo assortito, cioè non di sesso maschile — come invece sarebbe stato logico, secondo la teoria della clonazione —, la compagna di Adamo, alla cuale non si dà un nome, viene a rompere le uova nel paniere della setta edenica. Secondo me, l’autore intende dire che, essendosi convinta che la salvezza del mondo, ritenuto rovinato dall’accoppiamento eterosessuale, risieda nella perenne astinenza coitale tra i sessi opposti, la setta vuol salvarlo impedendo l’attività sessuale tra maschio e femmina. Pertanto l’unica è inibire sessualmente Adamo e la compagna, alterando loro anche la vista, affinché non si vedano nudi. Forse per cuesto si rende necessario far precedere il capitolo edenico dall’attuale primo racconto della creazione del mondo in «6 giorni divini»: per far intendere ulteriormente o meglio ciò che l’autore del paradiso terrestre voglia svelare col suo testo iàvistico. In effetti, nell’attuale primo capitolo non esiste alcun divieto; e anche agli esseri umani preadamitici Luce dice di crescere e moltiplicarsi: ciò che, in eden, Yahweh non dirà mai. E a proposito dei preadamiti, al fatto che il pianeta è popolato anche di esseri umani si allude già nel racconto dell’eden: «Il Signore Dio», ovvero Yahweh, «non aveva ancora fatto piovere sulla terra…,» (sulla terra dell’eden!) «…, né v’era uomo che la lavorasse». L’uomo che avrebbe dovuto vivere nel giardino procacciandosi da nutrirsi senza «il sudore della fronte»… Secondo me si accenna ai preadamiti che fuori dell’eden devono lavorare la terra per mangiare. Partendo dal mio presupposto che gli edenici siano una setta umana scentifico-medico-tecnologico-bellico-religiosa, Adamo viene assunto come giardiniere e in compenso del lavoro potrà cibarsi di cualuncue frutto, anche dell’«albero della vita» (da Il castigo e la promessa: «…; ch’ei non abbia a stender la mano, e prendere anche dell’albero della vita, e mangiare, e vivere in eterno!»); il frutto di un solo albero non deve mangiare: il frutto dell’«albero della scenza del bene e del male, perché in qualsiasi giorno tu ne avrai mangiato, di morte morirai». Cioè, se non ne avesse mangiato, di vita sarebbe morto… Nelle maledizioni che Yahweh snocciola, soprattutto contro la donna, è, secondo me, accecante l’allusione ai preadamiti: «Il Signore Dio… disse ancora alla donna: “Moltiplicherò i tuoi travagli ed i tuoi parti;…”». Moltiplicando lo 0 per X il risultato sarà sempre 0. Ossia, la donna non avendo ancora avuto alcun’esperienza sessuale e, a maggior ragione, non avendo mai partorito, si sarà domandata, sgranando gli occhi: «Di che cosa sta parlando il Signore Dio?». E, come per consolarla, Adamo la chiamerà «Eva, essendo ella la madre di tutti i viventi». Tuttavia, l’accenno un po’ più chiaro ai preadamiti, verrà fatto da Adamo cuando gli viene presentata la donna: «… Perciò l’uomo lascerà il padre e la madre…» (in altre versioni o edizioni bibliche, sarà Yahweh a dirlo). Cioè ignorante di tutto e in tutto, come può sapere una cosa del genere, lui che non à né un padre né una madre, poiché ricavato dal fango? Secondo me, l’autore sottintende che Adamo è un preadamita ancora maschio-femmina salvato da un’alluvione («tratto dal fango») e che, in cuesto caso, rammenta il suo passato e le tradizioni secondo cui «l’uomo lascerà il padre e la madre, e si stringerà alla sua moglie, e saranno due in un corpo solo». Ciò che in eden non sarebbe mai accaduto…

L’astuzia di Serpente non permette ancora il ritrovamento della cittadella edenica e, soprattutto, dei cadaveri di due persone morte vergini. Se invece si è trovato il «paradiso terrestre» (una cinta — ciò significa «paradiso» —), dubito che si siano rinvenute tracce divine e umane. Se è così, ciò perora il mio pensiero che si tratti soltanto di un’opera letteraria. Uno scritto teso a spiegare alla massa cuello che di certo gli Iniziati sanno in merito al vero primo Errore commesso dai preadamiti. E, non avendolo corretto in tempo, esso continua a generare altri errori, piccoli o grandi che siano. Sarà anche per cuesto che lo si dice Peccato originale. E continuerà a generare errori su errori, finché almeno l’1% dell’intera popolazione non comprenderà in cosa tale Errore-Peccato sia davvero consistito; e, poi, non troverà o non ritroverà il modo per cancellarlo. In cuesta ricerca potrebbe aiutare la parabola del figlio prodigo. Purtroppo il racconto didascalico è stato scritto in un linguaggio troppo immaginoso, come detto. Sicché non consente, al lettore poco attento o per nulla familiarizzato con ciò che sanno in pochi, di cogliere appieno il vero messaggio salvifico affidato, magari in buona fede, alle immagini. Sì, lo si fa probabilmente in buona fede, credendo che la massa capirebbe meglio; o per prudenza, perché non si distrugga il testo, ritenuto pericoloso. Infatti, se non molti, alcuni paventano che, tornando «alla casa del padre», cioè all’origine, si perda tutto ciò che si è concuistato fino adesso… Invero, nulla si perde. Anzi, si torna via via a «essere “nel” mondo», ovvero a esserne «signori». Attualmente si è «del» mondo, cioè esso signoreggia l’uomo, perché egli non è più «signore della creazione». Cuando il figlio prodigo finisce nella miseria, vi rovina l’intero paese.

Ciò che deve esser intuito è che, una volta che egli «torna», non dal padre, ma «al padre», ridiventa via via fiorente anche il paese tutto. «Tornare al padre» significa semplicemente «rientrare con il proprio piccolo sé nel grande Sé dentro sé stessi». Cioè riprendere a praticare cuotidianamente un particolare tipo di meditazione ecuivale a uno o due prelevamenti giornalieri da un conto bancario inesauribile. Infatti, nella parabola, si parla di ricchezza finanziaria paterna inesauribile. Tali «prelievi» permettono di prodigare alla grande, senza mai ritrovarsi a dover mendicare «le ghiande che mangiano i porci». E se non si è negativamente indottrinati, si sente la parabola urlare che il padre non interviene né per impedire al figlio minore di smettere di meditare, né per salvarlo, finché non capirà da solo di aver sbagliato; né per avvertire il figlio maggiore che è controproducente anche limitarsi a meditare. Indifferenza educativa duncue! Ovvero il racconto mette in guardia dal prodigare senza meditare e dal meditare senza prodigare, perché gli altri, il paese, il mondo, ossia l’intera creazione à bisogno che almeno l’1% degli esseri umani sia inesauribilmente «ricco», affinché tutto e tutti nuotino nella Salute, nella Luce e nell’Amore.

L’attuale primo racconto veterotestamentario e cuello evangelico del figlio prodigo costituiscono, secondo me, la cuintessenza di tutte le scritture sacre del mondo, se sappiamo leggerli, ovvio.   

«La colpa di Eva è stata quella di voler conoscere, sperimentare, indagare con le proprie forze le leggi che regolano l’universo, la terra, il proprio corpo, di rifiutare l’insegnamento calato dall’alto, in una parola Eva rappresenta la curiosità della scienza contro la passiva accettazione della fede», Margherita Hack, scenziata italiana (1922-2013).

Non è la donna, come visto, a esser curiosa, lei che prima di «peccare» non è ritenuta degna neppure di avere un nome. Il primo vero curioso è uno degli uomini edenici (cui si è poi dato anche il nome di Satana), detto in origine «Serpente», poiché era astuto come il serpente. È Serpente che per primo conosce, sperimenta, indaga con le proprie forze le leggi che regolano l’universo, la terra, il proprio corpo, rifiuta l’insegnamento calato dall’alto. Serpente «rappresenta la curiosità della scienza contro la passiva accettazione della fede». E cuando non cova più dubbi, perciò sicuro di sé, istruisce nella scenza del bene e del male la «sorella» di Adamo. Si tratta di sicuro della «scenza» che — rimprovererà Gesù — gli ebrei usurpano, non praticano e non impartiscono; l’«albero» di cui ci si deve cibare, ma dal cuale non ci si deve staccare. Però la donna non capisce e, confondendo cuindi Adamo, si staccano entrambi dall’«albero».

Se si vuole che pure il racconto del Peccato commesso in eden prima dalla donna e poi da Adamo abbia davvero un senso, che non sia cuello universalmente accettato di aver ceduto alla tentazione sessuale, occorre leggere il brano, e non limitarsi a scorrerlo. Serpente parla di occhi che si apriranno. Fa capire che, fin cuì, ai due si nasconde la verità, cioè che sono cavie di un esperimento della setta «divina». L’autore allude…, ma io affermo che gli edenici si sono persuasi che i preadamiti siano decaduti a causa dell’attività sessuale tra i sessi opposti. Attività che aveva portato a un elevato numero di nascite, pertanto era diventato problematico governare. Ovvero neanche allora si capisce o si vuol capire che non è cuello il vero Errore-Peccato originale. Forse non lo si vuol capire perché si comincia già a credere che, se si torna indietro, si perderà tutto cuello che si è andati concuistando dalla perpetrazione del vero Errore-Peccato originale. Sicché, fin da allora, si ripiega su soluzioni palliative.

L’astuta missione di Serpente è cuella d’illuminare le due cavie umane sul fatto che non li si vuole istruire nella «(cono)scenza del bene e del male». Ciò affinché soprattutto non scoprano che sono nudi e sessualmente opposti; e che, oltre il fazzoletto di terreno edenico, il pianeta pullula già anche di altri esseri umani.

Purtroppo la donna, forse meno riflessiva dell’uomo, capisce soltanto che deve dare un morso al «frutto proibito». Pensa che, perché diventi capace di ribellarsi a Yahweh e di sottrarsi alla sua autorità, le basti sapere di essere nudi…

Serpente pecca soltanto nel credere che lei capirebbe prima o meglio dell’uomo. Ma la sua astuzia rimane lodevole. Senza il suo provvidenziale intervento, la donna non avrebbe un nome; lei e Adamo starebbero ancora in eden, come fratello e sorella. E non esisterebbero le narrazioni successive, per cui non avremmo mai saputo, dalla bibbia, l’esistenza dei preadamiti…

È vero, i vari testi sacri, biblici o no, non sono chiari, anzi… Spetta al lettore non scorrerli, ma leggerli. Allora ci si accorge che in realtà tutto è scritto*.

(* Un giorno, dopo 3 o 4 anni, scopro che il tappetino antiscivolo per il bagno è «made in Italy». Sta scritto sul rovescio. Io credevo fosse di fabbricazione cinese, perché rammento che la commessa era orientale. Che c’entra? Niente. Ma cuella fu l’impressione. E fino al giorno della scoperta io non vedevo la scritta, perché convinto che cuello fosse un «disegno»… Ecco un esempio di come, a volte o spesso, non vediamo ciò che guardiamo, di come, scorrendolo, non leggiamo ciò che è scritto; e di come la prima impressione non è sempre cuella giusta).

E termino compendiando il discorso riguardante le 12 ere astronomiche, il cui avvicendarsi, inizialmente in modo impercettibile, istante dopo istante, determina anche il ciclico mutamento climatico. E lo si sa, se lo so io che non ò studiato sui banchi liceali e universitari. Perciò sospetto che si taccia il fenomeno per tornaconto personale e per confondere e agitare l’uomo della strada incolpandolo del cambiamento del clima. Essendo il «convento» a distribuire la «minestra», il dovere di disincuinare incombe a lui e non ai «commensali»… Oppure i giornalisti e affini sono davvero ignoranti per cuanto riguarda le ere astronomiche e anche la ciclica variabilità climatica. Così, vuoi o non vuoi, l’attenzione si rivolge a problemi di secondaria o nulla importanza, impedendo di prepararsi fattivamente a affrontare al meglio le emergenze che conseguono ai vari cicli naturali.    

La Stella polare trascina con sé i poli dei corpi celesti. Essa è l’ultimo astro della coda dell’Orsa minore. L’Orsa minore è la prima di 12 costellazioni che rivoluzionano intorno al Sole in senso orario. Il Sole ruota su sé stesso, ma è una stella fissa nel senso che non traccia alcuna traiettoria nello Zodiaco. (La «rivoluzione del Sole» esiste soltanto in astrologia, ovvero si tratta di uno «strumento» che permette agli astrologi di «leggere» nelle stelle e di effettuare gli oroscopi). E, essendo una stella, prima o poi il Sole esploderà o imploderà, stando a ciò che asserisce la scenza relativamente alle stelle. Pertanto cosa stiamo cuì a delirare…? E come può il… fantasma di una stella esplosa o implosa determinare lo spostamento dell’asse dei corpi celesti?

Attorniano il Sole 12 costellazioni fisse come le 12 ore dell’orologio. Sono i 12 segni zodiacali. Si contano in senso antiorario: dall’Ariete ai Pesci. A ogni costellazione corrisponde un mese: aprile, maggio, giugno ecc. A segnare i mesi è la Terra, rivoluzionando intorno al Sole in senso antiorario. Inoltre a ogni segno dello Zodiaco corrisponde un’era astronomica. A scandire le 12 ere è la Stella polare che, rivoluzionando intorno al Sole in senso orario e spostando i poli dei corpi celesti, le segna in senso orario, appunto: Ariete, Pesci, Accuario ecc. La rivoluzione della Stella polare intorno al Sole durerebbe circa 26.000 anni.

È probabile che, nel vero calcolo del ciclo delle 12 ere astronomiche, il numero da considerare siano i metri della circonferenza terrestre: 40.075.000 metri. Tale numero costituisce i millenni del ciclo. Cuesti, e cioè 40.075.000 anni, divisi per 12, danno i millenni di un’era astronomica, ossia circa 3.339.583 anni. Invece i cuasi 26.000 anni dell’intero ciclo e i più o meno 2160 anni di ogni era astronomica saranno il risultato di un calcolo esoterico o relativo a un evento particolare cui l’uomo, attribuendogli una data importanza, gli dedica un’era di suppergiù 2160 anni. Lo si è fatto anche con l’era di Cristo che corrisponde all’attuale ennesima era astronomica dei Pesci ancora in corso.

La rivoluzione delle 12 costellazioni capitanate dall’Orsa minore, in senso orario intorno al Sole, si conclude e inizia di nuovo ogni 40.075.000 anni più o meno. Così ogni 3.339.583 anni circa si conclude un’era astronomica e ricomincia cuella successiva. E dubito fortemente che cuello ricominciato la scorsa era dell’Ariete sia il secondo ciclo delle 12 ere astronomiche.

L’avvicendarsi delle 12 ere astronomiche è determinato dalla Stella polare, appunto. La si dice «polare» proprio perché, rivoluzionando in senso orario intorno al Sole, sposta i poli di tutti i corpi celesti, come detto; cuelli terrestri, di circa un metro l’anno. Se si ignora l’avvicendarsi delle ere astronomiche, si cade in errore, pensando che, oscillando da sinistra a destra e da destra a sinistra, l’asse terrestre descriva soltanto un cono. Comuncue, perfino il «cono» è un fenomeno astronomico, vale a dire naturale: nulla da spartire con l’incuinamento, anche se stavolta se ne verifica la coincidenza.

L’avvicendarsi delle 12 ere astronomiche dice, però, che l’asse terrestre gira in senso orario, imprimendo alla Terra il terzo moto, cuello di una ruota. Il primo moto è la «rotazione»: il girare su sé stessa da sinistra a destra (da Ovest a Est), in circa 24 ore. Il secondo è la «rivoluzione»: il girare intorno al Sole, in senso antiorario, in un anno. Invece il terzo moto è il girare su sé stessa, sì, ma in senso orario — come una ruota, appunto —, avanzando di più o meno un metro l’anno. Ciò significa che, spostandosi, i poli Artico e Antartico completano il loro ciclo in senso orario, da Nord a Nord, nell’arco di 40.075.000 anni. Per cuesto moto «a ruota», determinato dalla Stella polare, la Terra cambia connotati come minimo 12 volte nel corso del ciclo.

Principalmente per cuesto le stagioni cambiano, i poli e i ghiacci si sciolgono,… E succede perfino che emergano e/o sprofondino terre, colline, monti,… che il suolo si spacchi ecc. ecc. ecc. Ecco forse, o anche senza forse, perché si avvera arduo, se non impossibile, rinvenire prove dell’esistenza della vera prima comparsa dell’homo sapiens sapiens e di ben altre testimonianze.

I vari fenomeni astronomici, ovvero naturali, si ripetono dall’avvenuta formazione del nostro sistema solare. Il non averne né memoria né prove non costituisce un valido motivo per dubitarne, neppure per lo scenziato che non si limita all’evidenza, poiché sa che la realtà non è soltanto ciò che si vede in modo immediato.

(28 maggio-15 luglio 2020)

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